Sulle orme di Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari

La storia delL’orma editore racconta di quanto feconde possano essere le contaminazioni. Nata dall’affinità elettiva dei fondatori Lorenzo Flabbi, francesista, e Marco Federici Solari, germanista, e dalla fusione dei loro nomi, la casa editrice L’orma si propone di «tradurre in Italia ciò che si muove in Europa». Con l’ambizione di «raccontare le contraddizioni del reale e dell’immaginario», L’orma lavora a costruire la coscienza della «nuova Europa che siamo e che saremo». Lorenzo Flabbi parla a Printì della mission culturale di una realtà che crede nella volontà dell’uomo del nostro tempo di intercettare «le radici del contemporaneo».

Un programma di lavoro ambizioso che convoca un’idea di Europa molto diversa da quella che la narrazione politica propone…

«All’immaginario della nuova Europa abbiamo deciso di dare voce con ‘testi a picco sul reale’ raccolti nella collana Kreuzville in cui si fondono i nomi di Kreuzberg a Berlino, Belleville a Parigi, quartieri simbolo della stratificazione umana e del fermento culturale della nostra epoca. Sono quartieri in cui Marco e io abbiamo vissuto per anni; fanno parte della nostra biografia e su di essi abbiamo costruito un’idea di comunità che si incarna proprio lì dove la stratificazione sociale e religiosa diventa stratificazione culturale in modi del tutto diversi».

Quanto si assomigliano Kreuzberg e Belleville nella loro diversa, ma identica multiculturalità?

«A differenza di quanto sostiene chi ha paura del multiculturalismo, due quartieri del genere non si assomigliano affatto. Non sono un analogo grigio, in cui tutti i colori si confondono; ciascuno a suo modo preserva la specificità di ogni singola cultura, le cui sfumature rimangono molto forti». 

Che Europa siamo e che Europa saremo?

«L’Europa che siamo ci parla di una diversificazione culturale molto forte, che lascia che ciascuna cultura scorra accanto alle altre, senza perdersi, come nel convergere degli affluenti al fiume, un fiume che sappia imparare a gestire la contraddizione».

Cosa la metafora degli affluenti e del fiume ha in più della metafora delle radici?

«Maurizio Bettini con il suo ‘Radici. Tradizione, identità, memoria’ ci ha insegnato che le metafore orizzontali della tradizione sono più efficaci rispetto a quelle verticali. L’albero che mette le radici è statico, bloccato, come bloccata è un’Europa che pensa di doversi richiamare alle sue ‘radici’ cristiane, mentre in un ruscello l’acqua continua a scorrere, i ponti possono collegare realtà continuamente diverse».

Quale armonia costituisce la bellezza?

«La bellezza nasce dalla diversità, non dall’ordine e dalla semplificazione, ma dalla contraddizione e dalle dissonanze. Una bellezza di armonie è perseguita da chi in termini politici e sociali tende a ispirarsi a una dialettica per cui il diverso è la minaccia. Per tornare alle categorie che stavamo usando l’Europa che saremo è l’auspicio di andare in questa direzione, l’Europa che siamo invece non sta facendo in modo da scrivere una pagina nobile della storia dell’uomo. Non posso che confidare per il futuro nello sviluppo di una solidità culturale e in una conseguente generosità umana». 

L’investimento editoriale nella traduzione è una scommessa che paga?

«In Italia si traduce molto, moltissimo, e questo dato può essere letto almeno in due modi: da una parte ciò afferma l’idea di una ‘sprovincializzazione’ del lettore italiano, dall’altra si avverte il rischio di una esterofilia che potrebbe nascere da una scarsa considerazione di se stessi. Rispetto a questa seconda lettura andrebbe affrontato il problema della tendenza a giudicare come migliore ciò che viene da fuori per via di un pregiudizio rispetto a ‘ciò che è dentro’». 

In che modo l’Italia accoglie la narrativa straniera e segnatamente francese e tedesca?

«Innanzitutto è da rilevare un dominio della cultura anglofona, che però non riguarda il nostro specifico percorso editoriale. Per quanto riguarda la letteratura francese e quella tedesca dobbiamo evidenziare due tipi di accoglienza piuttosto diversi. L’‘imperativo geografico’ (è un’espressione di Brodksij) spiega almeno in parte le ragioni per cui il pensiero francese è, o perlomeno è stato nel corso del Novecento, subito assorbito, mentre non avviene lo stesso per la cultura tedesca. È una questione di prossimità culturale e di tradizione. Tanta della ‘teoria’, più che della letteratura, francese è arrivata. Poi forse la spinta di questo ‘imperativo’ si è esaurita, all’incirca nel decennio che separa la morte di Deleuze da quella di Deridda. Eppure un effetto onda lunga pare persistere. La letteratura tedesca è invece vittima in qualche maniera di una fama che non rispecchia la realtà, quella di essere artatamente pensosa e difficile, come se gli scrittori tedeschi debbano scontare lo stereotipo del filosofo heideggeriano. Naturalmente si tratta solo di uno stereotipo che nulla dice di una sensibilità fertile e vivace, che sa andare in direzioni anche molto diverse».

L’esperienza editoriale tua e di Marco nasce da un’osservazione privilegiata delle realtà culturali francesi, tedesche e italiane e si basa su una conoscenza intima di queste dimensioni. Qual è la specificità di quella italiana che emerge al confronto con le altre? 

«Mi sono spesso interrogato rispetto a questo tema, che è estremamente difficile semplificare. Parlando più genericamente di indici di lettura e comparando quelli italiani a quelli delle realtà europee di riferimento è evidente che il problema non riguarda tanto i lettori forti quanto i non lettori. L’Italia ha una quantità di non lettori più che doppia rispetto alla Francia e le cause vanno individuate nel panorama italiano alla mancanza di una politica culturale lungimirante a livello nazionale che comprenda la scuola, la scontistica eccetera. È, appunto, un discorso irriducibile alle semplificazioni e che ha ricadute sociali e politiche molto evidenti, come la diffusione di un demagogico antintellettualismo che in Francia e in Germania mi pare essere sono molto più arginato».

Parliamo della ‘miseria’ dell’editoria, che stenta a sostenersi. Quello dei non lettori è il vero tema? 

«Il dato Istat che ci troviamo di fronte ci dice che più del 50% degli italiani non ha letto un libro nel corso dell’ultimo anno, e spesso non ha partecipato ad alcuna attività culturale che non fosse filtrata dallo schermo televisivo. Un indice piuttosto pauroso che si riversa in mille rivoli che fanno tutti insieme la crisi dell’editoria, indipendente o meno. Nel nostro specifico, non essendo la linea editoriale delL’orma rivolta propriamente ai lettori occasionali, la questione potrebbe apparire meno cruciale. Ma la crisi principale riguarda la latitanza di una politica culturale che avrebbe il compito di avvicinare alla lettura chi non sa cos’è: un autentico, disperante peccato per loro, un problema per noi, ma soprattutto un disvalore per la comunità».  

In un tempo di desertificazione culturale, la scelta di fondare la casa editrice è stata definita in un’intervista da Marco esistenziale prima e più che imprenditoriale. Come le due istanze, quella culturale e quella commerciale, possono andare di pari passo? 

«Abbiamo cominciato a pensare alL’orma come a una scelta in attacco da un punto di vista esistenziale. Volevamo aprire al resto del mondo un rapporto dialettico privilegiato, quello tra me e Marco. L’orma editore nasce come laboratorio e l’equilibrio delle istanze l’abbiamo trovato ragionando come se non ci fosse un mercato con cui fare i conti. Sono bastati il desiderio e la volontà, e per certi versi possiamo permetterci di fare editoria proprio perché esistono lettori forti e interessati alla cultura nelle sue manifestazioni più complesse. Non ci permettiamo refusi o ‘splendide copertine orribili’, il nostro è un pubblico esigente, il pubblico di cui anche noi facciamo parte. La scelta esistenziale per noi assume significato nel continuare a dare corpo e comunità a un modo di fare non individuale, ma comune, dialettico, politico e sicuramente anche affettivo, dato il rapporto che lega Marco e me, amici e intellettuali».

L’Orma vanta un catalogo la cui duttilità vi consente di mettere sul mercato tanto capolavori delle grandi fucine europee quanto piccoli formati, leggeri e raffinati. Qual è il minimo comune denominatore che li tiene insieme?

«Mi pare in effetti che un minimo comune denominatore dei libri delL’Orma esista, e sia da ricercare in un fattore di natura linguistica. Sì, ha a che fare con la questione della lingua, ripensando a come lavoriamo mi pare che nessun testo che scegliamo nelle varie fasi di selezione sia ininteressante dal punto di vista linguistico. La nostra idea di letteratura prevede che l’autore o l’autrice intervenga sulla propria lingua in maniera personale e unica, e a noi e a chi lavora con noi spetta il compito di manipolare il nostro materiale di lavoro – la lingua, appunto – per riuscire a far fare all’italiano ciò che fa l’autore alla lingua-fonte.»

La letteratura contemporanea è gravata da un fardello che può diventare una fatica di Sisifo: quello di capire il proprio tempo, quello di guardare l’intera circonferenza seduto su uno dei suoi punti. Come si fa attraverso i propri libri a “mostrare quello che abbiamo sotto gli occhi”?

«L’angolatura del singolo osservatore non può mai essere totale senza essere assoluto. Ciò a cui ci educhiamo è lo ‘sguardo mobile’, a cui abbiamo dedicato dapprima un sito e poi una collana di letteratura comparata cui abbiamo lavorato per anni. C’è una frase di Montaigne a cui siamo molto affezionati: ‘Per il fatto di sentirmi impegnato a una certa forma, non vi obbligo gli altri, come fanno tutti; e immagino e concepisco mille contrarie maniere di vita; e, diversamente dalla gente comune, noto in noi più facilmente la differenza che la rassomiglianza’. Direi per fortuna. Non c’è un io che per qualche ragione possa arrogarsi il diritto di imporre come unico il proprio punto di vista»

Infine, qual è il compito di una casa editrice nel nostro tempo?

«Un ruolo minimo, ma nobile è fornire strumenti di lettura del reale a una comunità di lettori, di intellettuali, mettere a loro disposizione questi strumenti. Un’ambizione è invece quella di diventare un punto di riferimento riconoscibile per far sì che questi strumenti vengano utilizzati e non restino lettera morta. Non chiavi inglesi in officina, ma strumenti da lavoro per sporcarci le mani, aggiustare la macchina, creare nuovi motori».