Quando la voglia di tramutare le emozioni in parole prende il sopravvento.

La casa editrice Il Calamaio, che vive di un’esperienza editoriale quarantennale, persegue con tenacia i sogni di ciascuno dei suoi autori a cui ambisce ad assicurare un posto nel mondo della cultura contemporanea. Abitando da sempre lo spazio dell’avventura della conoscenza e della magia della parola, la professoressa Eugenia Scarino racconta del desiderio di narrare suo e dei suoi autori come di un atto autentico di creazione artistica. La sua prima pubblicazione, L’uomo che ha bucato il mondo. Riccardo Lovat: storia di orgoglio italiano (Il Calamaio, 2016), è la storia di un ingegno fuori dal comune e di una volontà ferrea, capace di riannodare nelle fila di una storia personale i desideri e le ambizioni di riscatto di un intero popolo.  

Come nasce e come si sviluppa l’intuizione editoriale di Il Calamaio?

«Il Calamaio è una casa editrice che nasce da esperienze pregresse che coprono l’arco di un quarantennio. La mia storia comincia invece in un’altra casa editrice, quando poco più che ventenne ho cominciato a lavorare, selezionata sulla base di una conoscenza perfetta della lingua italiana. Poi è nata il Calamaio come esperienza editoriale autonoma».

Qual è la linea editoriale che nella sua esperienza ne ha orientato le scelte?

«Di certo la libertà di scelta, che non sia condizionata né da orientamenti politici né da ricatti di alcun genere. Siamo indipendenti, la casa editrice Il Calamaio è riuscita a sopravvivere contando sulle proprie forze e scelte».

L’intento dichiarato è quello di creare una editoria dinamica. Cosa significa per lei?

«Penso che dinamica vada inteso come risposta a pubblicazioni datate che ormai hanno fatto il tempo, per quanto in quel tempo ci hanno fatto da maestre. Il dinamismo di quest’editoria sta nel dare spazio ai giovani, alle loro idee innovative, a qualunque proposta, che sia contro corrente e rivoluzionaria, anzi più risponde a quest’idea e più la preferisco. Ovviamente ci capitano testi di altro tipo, che evocano uno stile più âgée, ma questo ci consente di ottemperare a tutte le esigenze del nostro pubblico, che è diversificato per interessi di lettura, ma anche per età. Ciò non toglie che rispettiamo chiunque scrive da una vita semplicemente per raccontare i propri sentimenti. Penso alla presentazione nei giorni passati del libro ‘Una Vita…una Donna’ di Maria Rosaria Nigro D’Andrea, maestra di Buonalbergo (BN), che ha radunato intorno all’autrice generazioni di alunni che ne hanno salutato la pubblicazione con commozione». 

Qual è la crisi che l’editoria sta affrontando?

«Il mondo dell’editoria sta vivendo un momento estremamente critico, anche se negli ultimi decenni dobbiamo riconoscere che è stata sempre in crisi. Ciò che si dice sull’italiano che non legge è vero, per quanto sia possibile in linea di principio isolare da questo fenomeno un’editoria di nicchia che ha garantita una fascia di lettori. In qualche modo Il Calamaio rientra in questa fascia con le pubblicazioni dedicate alla poesia, ma è un discorso più complesso. La crisi, almeno la crisi della piccola editoria, è determinata dal modo in cui i grandi editori hanno fagocitato tutto. Si è verificata una sorta di erosione che ha consumato il mercato, lasciando la piccola e media editoria in una situazione critica».

Cosa determina oggi il principale sbarramento alla crescita dei piccoli e medi editori?

«Indubbiamente la distribuzione. Le libreria non accettano più la piccola distribuzione. L’urgenza di garantire una maggiore visibilità è il problema più grande che si trovano ad affrontare i più piccoli protagonisti della filiera editoriale. Ognuno cerca a suo modo di trovare strategie, ma alcuni circuiti sono inesorabilmente sbarrati, come quello dei supermercati o degli autogrill».

Cosa perde in questo modo il mercato editoriale?

«Nella piccola editoria si trovano opere preziosissime che, non avendo gli strumenti per emergere, per imporsi, a volte vengono sacrificate. Occorre un notevole sforzo per muoversi con agilità nei piccoli ambiti cercando di esaurire almeno le prime edizioni. Diventa estremamente difficile proporre qualcosa che non sia eclatante, che non abbia già una forza alle spalle». 

Come si può ovviare a questo problema?

«Ci aiutiamo con mille espedienti, muovendoci tra una presentazione e l’altra. Abbiamo spesso offerto le nostre pubblicazioni a Telethon, perché si vendano nel corso di gare di beneficenza in modo che i proventi vadano all’organizzazione, ma ai libri sia assicurata una diffusione assai più notevole di quella che noi possiamo garantire con le nostre sole forze. Finanziariamente non c’è utile, ma crediamo nel valore che i nostri libri portano in sé a condizione solo di essere resi visibili e leggibili. Anche la presentazione del libro ‘Una vita… una donna’ ci ha visto donare i proventi alla scuola cittadina per rimetterne in piedi la biblioteca».

La Rete non risolve il problema della visibilità? Come la storia di Il Calamaio dialoga con questa evoluzione?

«Usiamo i social con disinvoltura e riceviamo tantissime richieste e consensi. In effetti è un palliativo. Le librerie sono restie a mettere in scaffale i nostri testi, non così la rete che in alcuni casi funziona meglio della libreria tradizionale. In definitiva è vero che l’autore ama trovare il proprio libro nel luogo più classico deputato ad accoglierlo, la libreria, e a volte dobbiamo scontrarci anche con questo legittimo desiderio. Stiamo vivendo un dilemma, combattuti tra una sensibilità classica e un’imperatività moderna. Si tratta dello stesso rapporto che intrattengo con il libro elettronico, non lo amo, ma può essere utile».

I dati delle rese, le piccole tirature, il ribasso e il book on demand sono tutti sintomi di una malattia. Quale ritiene sia la sua causa?

«Il libro deve essere di qualità, tentare sortite di piccolo cabotaggio non è mai un’impresa destinata al successo. Conta quindi innanzitutto la validità e la qualità del prodotto. Penso in effetti che stampare piccole tirature possa appagare momentaneamente il desiderio narcisistico dell’autore, ma proprio questi singoli bisogni privati hanno sabotato il mondo dell’editoria. Ciò non toglie che tutti dovrebbero conoscere la differenza tra una stampa e una pubblicazione».

Cosa la appassiona e la gratifica del suo ufficio quotidiano di editrice e cosa l’ha spinta a diventare autrice? 

«Mi hanno sempre detto: ‘Perché non scrivi?’. Ho sempre pensato: ‘Io leggo troppo per avere tempo di scrivere’. Poi invece ho cominciato a scrivere, ho recensito l’arte in tutte le sue forme, cimentandomi nella critica, ma non mi ero mai avventurata in un libro vero e proprio. L’uomo che ha bucato il mondo. Riccardo Lovat: storia di orgoglio italiano (Il Calamaio, 2016) è la mia prima fatica letteraria». 

Come è nata l’intuizione di questo libro? 

«Originariamente il committente voleva un ghostwriter e avevo assunto questo impegno come tale. In un momento successivo ho pensato di impostarlo come un mio libro dal momento che è la storia di un uomo che ha rivoluzionato il mondo e, in senso tecnico, lo ha ‘bucato’ da guru delle perforazioni e artefice di un impero imprenditoriale in Canada. Eppure il Sig. Lovat desiderava che questo libro, a differenza di tanti altri che lo avevano ‘raccontato’, fosse romanzato. Da qui il desiderio di creare un romanzo su ciò che mi aveva detto».

Cosa l’ha affascinata di questo compito?

«Mi ha affascinata tantissimo l’idea di costruire la vita di un uomo che, partito dal nulla, originario di Belluno, è diventato uno degli uomini più influenti del Canada. Per cominciare a scrivere occorre un coinvolgimento fortissimo che funga da input. Raccontarlo è stato un po’ raccontarmi, perché la storia del protagonista diventa anche la storia dell’autrice. Spero soltanto, che al di là di ogni mio desiderio di raccontare questa storia, anche il pubblico possa apprezzarla».

Qual è la dimensione che la narrazione biografica merita in un mondo che, forte della spinta dei social, tende a prediligere sempre più l’autobiografia?

«Penso che una buona dose di sano narcisismo faccia bene a tutti, a condizione che sia una dose equilibrata. Il fatto che esistano i social e che sia possibile attraverso essi mettere in evidenza noi stessi, e di noi essenzialmente le caratteristiche fisiche, non significa che non sentiamo il bisogno di altro. In realtà sono fortemente persuasa del fatto che presto o tardi ci si stanchi di questa esteriorità e si senta il bisogno di spogliarsi da un punto di vista psicologico. Lo osservo sui social, inizialmente si intravedevano solo fotografie, magari modificate, oggi prevalgono le citazioni che hanno a che fare con l’intimità. Così come abbiamo importato dall’America una cultura dell’esteriorità, ci auguriamo di potervi esportare il gusto di mettere a nudo le nostre parti più nascoste».

Il libro è dedicato a tutti coloro che amano la libertà. Cosa è per lei la libertà?

«Per me la libertà è tutto, è la base dell’esistenza umana, è qualcosa che si sente profondamente in modo tale che anche gli altri la sentano e la rispettino. Libertà è poter respirare a pieni polmoni l’aria, il mondo, la cultura, la bellezza, respirare ciò che la vita dà e ciò che si può assaporare solo se non ci sono catene»

Nelle ultime righe del libro parla di una pulsione, quella del desiderio di narrare, che descrive come incontenibile e frenetica, originaria come ogni autentica pulsione alla creazione artistica. Quanto la parola è efficace nella trasformazione della realtà in storia? 

«Penso che la parola sia qualcosa di meraviglioso. Sarà per il mestiere che ho fatto per tutta la vita, ho usato la parola come strumento e come mezzo e continuo a usarlo con delizia. Mi piace della parola persino la sua esteriorità, la pronuncia, il momento in cui la si sente. Ricordo di aver incontrato una settimana fa uno scultore, ne ho guardato le opere, me ne sono innamorata, ho letto i versi che a ogni scultura accompagnava e poi ne ho scritto, intravedendo nei suoi occhi al leggerle le lacrime. La parola ha il suo fascino, è irresistibile, è uno strumento meraviglioso per unire anime e menti, persone. Non tutti siamo capaci di intercettare altri mezzi di comunicazione, ma non la parola che è il più immediato, sa arrivare direttamente al cuore se pronunciata con forza, con empatia, legando le storie di chi racconta e di chi è raccontato».