La linea editore di Infinito edizioni

“Vi raccontiamo coi nostri libri il mondo in cui viviamo. Vi diciamo quello che gli altri non dicono”. La storia di Infinito Edizioni ha all’origine una connotazione sociale e culturale ben definita, specializzata in saggistica e reportage giornalistici, con grande attenzione verso i diritti umani e civili. Dall’8 novembre del 2004 Infinito Edizioni ha lavorato infaticabilmente per affermarsi come punto di riferimento culturale per chiunque voglia fare dell’impegno serio e della sensibilità l’humus da cui far germogliare l’albero delle proprie idee. Maria Cecilia Castagna, cofondatrice insieme a Luca Leone della casa editrice modenese, racconta a Printì cosa  significa essere editori in un mondo veloce, aperto e interconnesso, ma che non per questo ha perso il gusto della lentezza e la necessità dell’approfondimento.

Come è cambiata la linea editoriale nei dodici anni di militanza sociale e culturale che Infinito Edizioni ha alle spalle? 

«La linea editoriale di Infinito Edizioni è rimasta fedele allo spirito originario che l’ha messa al mondo, che era voler mantenere alta l’attenzione su tematiche e argomenti che i media e il mondo dell’informazione in generale tendono a portare in sovrimpressione per settimane o per qualche mese, salvo poi dimenticarsene. I temi scottanti dei diritti umani e civili finiscono per essere presto soppiantati da altre emergenze, come se in questo processo collettivo di perdita della memoria quelle istanze diventino meno urgenti. Questo ci porta a riflettere, allora come oggi».

Che ruolo gioca in questo processo la velocità dell’informazione?

«Tutto è certo molto più veloce che nel passato, eppure se è vero che più veloce è il flusso di informazioni che ci colpisce, non si può dire lo stesso per il modo in cui conosciamo le cose. La velocità con cui una notizia ne sostituisce un’altra non rende meno necessario o più sbrigativo il nostro bisogno di capirla. Perciò la missione di Infinito Edizioni sin dalla sua fondazione è stata quella di rispondere all’urgenza dell’approfondimento, che è al centro del nostro lavoro. I nostri lettori hanno colto questa peculiarità».

Quali le collane che parlano meglio di Infinito Edizioni e ne definiscono l’identità? Quali i progetti futuri e i titoli in preparazione?

«Le collane che più eloquentemente parlano di Infinito Edizioni sono certamente quelle con le quali siamo partiti, ma negli anni a quelle se ne sono aggiunte delle altre per un totale di dieci e un numero di titoli che si avvicina pericolosamente ai 300. Tra gli autori famosi Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo, Erri De Luca, Franco Battiato, Luciano Garofano, Alessandro Meluzzi. Sono tutti nomi noti al grande pubblico. Per settori, nello sport segnalo Giulia Quintavalle e prossimamente Giuliano Razzoli, nella collana Orienti Luca Leone e Antonello Sacchetti, che parla di Iran, nella collana GrandAngolo Gabriele Del Grande e il focus sui migranti, nella collana iSaggi Enzo Barnabà. Orientativamente pubblichiamo dai 25 ai 30 titoli all’anno; stiamo lavorando molto nella collana dedicata allo sport (Iride), nella quale da qui a fine anno usciranno tre titoli tutti importanti e bellissimi. Cerchiamo di aprire i nostri orizzonti, ma di farlo tenendo fede alla nostra identità»

Qual è la missione che una casa editrice è chiamata a svolgere in un circuito editoriale che tende a comprimersi, dando l’autore direttamente in pasto al pubblico tramite le opportunità offerte della Rete? 

«Il primo compito dell’editore è valutare il lavoro con obiettività e serenità. L’italia, si sa, è popolo di santi, poeti, navigatori e scrittori. Ciascuno ha un libro nel cassetto e ciascuno ritiene che il mondo sia lì trepidante in attesa di scoprirlo. È naturale che ognuno pensi di potere e dovere pubblicare. Sono felice quando il sogno di un libro personale va in porto e raggiunge come dono amici e parenti, almeno non crea alcun danno e quando lo fa è limitato a piccoli circuiti. Diventa devastante invece quel mercato editoriale in cui ogni anno entrano 60000 titoli e l’impatto di quel ciclone investe gli autori almeno quanto gli editori. Allora il compito della casa editrice è ponderare ogni singola proposta editoriale, pensare come e rispondendo a quali esigenze del lettore quella proposta vada in catalogo. Serve del tempo indubbiamente, ma il beneficio di una selezione è di tutti, dal promotore al distributore, fino al libraio che ormai non è più il libraio che può consigliare, ma è colui che sfoglia un assortimento di schede e di ciascuna deve sapere solo quanto venderà. Mantenere l’identità di una casa editrice e continuare ad alimentarla significa cercare di dare un senso a ciò che si può pubblicare, perché, è bene prenderne coscienza, non si può pubblicare tutto».

Quanto sono in realtà diretti i meccanismi che regolano la Rete?

«Poco, tutto il resto è un’illusione. L’avvento della tecnologia, di Internet, il fenomeno dei social hanno certamente compresso la filiera editoriale. Oggi all’autore è data la possibilità di pubblicare da sé o di farsi conoscere da un pubblico potenzialmente infinito, eppure la delusione cocente arriva quando si raggiunge la consapevolezza di non essere arrivati a tutti e di aver appena scavalcato l’orto del vicino». 

Quanto è compito dell’editore assolvere alla funzione di salvaguardare la possibilità che punti di vista e modalità d’espressione innovative si coniughino al rispetto dell’etica dei contenuti e a un’attenzione alle modalità espressive?

«Per la nostra esperienza, questo compito così delicato non può che essere a carico dell’editore. La facilità della fruizione delle pubblicazioni, dai blog ai social, ci rende tutti grafomani e più si scrive più aumenta l’ego di chi ha scritto. In un mondo in cui conta apparire e farlo in qualunque modo e a qualunque costo, il libro resta il simbolo dell’eternità della propria presenza; perciò tutti ritengono di dover dire qualcosa. All’editore la fatica di selezione il lavoro e l’autore che vale e coltivarlo per farlo crescere in un mercato evidentemente saturo». 

Quale crisi l’editoria sta affrontando? Quali gli investimenti possibili e le vie di fuga? 

«I punti di crisi temo siano molti, alcuni dei quali non possono essere risolti se non da chi li lamenta. Uno dei problemi è certamente il sovraffollamento del mercato, troppi editori e troppi autori senza una programmazione, precisa, un interesse, senza una cultura della cultura. In Italia, che è il paese che ha la più alta concentrazione di cultura tangibile, manca assolutamente la cultura per poterla mantenere, preservare e lanciare nel futuro. Non siamo un paese adatto a far crescere la cultura a nessun livello. Qualche iniziativa comincia a interessare i musei, penso alle visite o alle aperture secondo le esigenze delle famiglie o con percorsi dedicati ai più piccoli, ma non possono che venirmi in mente i tanti problemi strutturali, come la non attenzione alle barriere architettoniche». 

All’assenza di una politica culturale va imputata questa crisi?

«In buona parte sì, la cultura non è vista come un elemento di crescita. Si cerca sempre più di arrivare a una mediocrità uniforme e generale in cui è semplicemente più facile gestire la situazione. Nessun incentivo dunque per le eccellenze, né programmazioni, né piani, snd stanziamenti culturali. Se poi vogliamo parlare dei bonus ai neodiciottenni o agli insegnanti, inviterei a riflettere su come si tratti non di strumenti, ma di palliativi. Non basta dare un budget, ma ci vuole una educazione all’investimento in cultura. L’accompagnamento alla cultura dovrebbe andare di pari passo all’alfabetizzazione. Non dovrebbe essere di scandalo una persona che legge». 

L’avvento di Internet ha indubbiamente avuto un peso determinante nelle trasformazioni a cui l’editoria è andata soggetta. La diffusione degli ebook ne è una cartina di tornasole. Quale peso hanno nell’ordine totale delle vendite?

«Al di là di quanto si dica la vendita degli e-book in Italia non ha lo stesso peso sulle vendite che ha cominciato ad avere nel mondo. Molti hanno un tablet, ma non tutti hanno caricato su un reader dei libri. In generale, non vedo perché inorridire di fronte a un supporto digitale solo per nostalgia del libro cartaceo. Il mondo degli e-book consente di comprimere in pochissimo spazio un’intera biblioteca, ma il piacere della lettura su carta, almeno per chi come me ha cominciato a leggere quando i libri erano solo di carta, è insostituibile. Discorso diverso per i nativi digitali. In italia non è sviluppato il mercato dell’e-book tanto da mettere in qualche modo in pericolo quello della carta stampata. Il vero problema è la riduzione del numero dei lettori. Se le persone preferiscono qualunque altra spesa a un libro, che ha smesso di reggere persino come oggetto anticrisi negli acquisti pre-natalizi, forse è di questo che si dovrebbe parlare».

Il dato incontrovertibile che misura questa decrescita è certamente quello delle rese.

«Per un editore le rese sono il segno di un fallimento. Quando si vede rientrare in magazzino il libro crollano i sogni e progetti dell’editore, che fino a quel momento ha creduto, ha investito, si è esposto. Quel momento, che fino a qualche anno fa arrivava dopo pochi mesi dall’uscita del libro,  oggi avviene dopo qualche settimana e ogni copia che rientra porta con sé non tanto e solo la perdita economica, ma un sentimento autentico di fallimento. Occorre fermarsi di fronte a quel dato, il mercato è cannibale».

Come implementare una ‘cultura della cultura’ per evitare di dover svilire l’offerta a fronte di una domanda magra?

«Occorre far conoscere la lettura appena possibile. Si possono immaginare progetti di avvicinamento alla lettura in base all’età. La varietà di proposte editoriali sul mercato oggi non offre più soltanto i grandi classici su cui si sono formate altre generazioni. In quest’ottica si dovrebbero svecchiare certi programmi scolastici ed elaborare strategie diverse, come la drammatizzazione, le esperienze laboratoriali, le letture in lingua, i fumetti. Se il libro verrà sempre visto come qualcosa di estraneo e pericoloso non potrà mai apparire attraente».

Per vocazione una casa editrice vive della schizofrenia di dover essere una realtà commerciale almeno quanto un’agenzia culturale. Come si concilia l’istanza culturale con la domanda commerciale?

«Nella mia esperienza si cerca sempre di bilanciare le due esigenze, perché non si può voler pubblicare tutto quanto viene proposto, solo perché proposto. La vera domanda da porsi è se è in linea o meno con la natura e l’identità della casa editrice, per evitare che tutto lo sforzo fatto prima  nella costruzione dell’identità e quindi del consenso intorno a un progetto culturale, vada perso».

Quando si parla della mediazione editoriale ci si riferisce a un editore che assolve tra le altre funzioni a quella di “iperlettore”. Quanto lei è un’iperlettrice? Cosa la appassiona e la gratifica del suo ufficio quotidiano? 

«Al di là del compito che sono chiamata a svolgere, resto una lettrice appassionata di titoli di ogni genere, che siano o meno usciti dalla mia casa editrice. Trovo il mondo della lettura affascinante e più il tempo per leggere diventa difficile da trovare, più faccio di tutto per ricavarne. Dopo anni spesi in questo settore leggere un libro per me è un’esperienza diversa da quella di chiunque altro non conosca certi meccanismi e certe logiche. Il mio occhio è attento a tutti i dettagli che fanno un libro, dalle attenzioni della casa editrice alla cura della carta, dall’impaginazione alla copertina, ma il libro resta innanzitutto l’involucro di una storia che ho ancora voglia di ascoltare».