WLM Edizioni e la scommessa della visibilità

Nel cuore della provincia di Bergamo, Walter Manzoni ha fatto del suo desiderio di esprimersi e di comunicare con un mondo che gli appariva lontano un’opportunità editoriale che oggi aiuta altri autori a diffondere le proprie opere. Immerso nell’affascinante mondo dell’editoria a partire dalla pubblicazione del suo “Ricomincio a vivere” (WLM Edizioni, 2006), il fondatore di WLM Edizioni ha fatto della lettura e della scrittura una professione. A Printì Walter racconta come il ricordo delle prediche materne, sproni alla lettura, e l’esempio del nonno e di altri famigliari, oltre a un effetto di autosuggestione nel portare un cognome italiano illustre in campo letterario, lo abbiano condotto al mestiere di mettere al mondo libri per un pubblico di lettori eterogeneo. Il suo catalogo, suddiviso in narrativa contemporanea e storica, romanzi e racconti, poesia contemporanea e cucina, è il miglior tributo al cognome materno Leyendecker che ha voluto omaggiare portandolo nel nome della sua impresa culturale.

Come è cambiata la politica editoriale di WLM Edizioni?

«È stato un anno particolarmente difficile, ma ci sono prospettive positive, la cucina farà i grandi numeri, aiutandoci a sollevarci. Il cambiamento nella nostra politica editoriale è avvenuto con la decisione di incanalare la produzione per generi. Quando ne ho parlato al mio redattore e amico Ezio Gavazzeni, questi stava già scrivendo un noir, Big Muff. Ne è nata la collana Amando noir. Una seconda svolta c’è stata l’anno scorso con la collana Italicae Historiae, quando Pio Bianchini mi ha proposto il suo romanzo storico Petra Rubea, collana che si arricchisce quest’anno con Le figlie di Giulia di Massimo Battaglio, lo stesso autore e amico che mi ha proposto l’anno scorso un libro di cucina, libro poi suddiviso in 3 uscite creando la mini serie Storie del putagè all’interno della nuova collana Sapori d’Italia. Diversificare e lavorare separatamente su più nicchie di mercato sembra la strada giusta»

Quale accoglienza i prodotti editoriali di WLM Edizioni hanno incontrato?

«C’è voluta un po’ di fortuna, ma proporre dei libri di buona qualità piano piano ci sta premiando, sebbene finanziariamente è ancora tutto molto difficile e spaventevole. Ringrazio le amiche di Zephyro Edizioni e diversi altri colleghi che mi incitano a lavorare e combattere. È stato un anno particolarmente difficile, ma ci sono prospettive positive, la cucina farà i grandi numeri, aiutandoci a sollevarci».

Quali resistenze invece hanno impedito ai meriti delle pubblicazioni di essere premiati?

«Viviamo una società della comunicazione in cui riesce a comunicare solo chi già comunica; a noi resta cercare canali che ci consentano di arrivare al pubblico, ma lo spazio che riusciamo ad occupare resta residuale. Le difficoltà del mercato, gli italiani acquistano pochi libri, le concentrazioni editoriali, la diffidenza dei librai verso il nuovo non aiutano un piccolo editore come me, ma l’importante è non demordere».

Di cosa ha bisogno la piccola editoria? 

«Il mercato editoriale ha bisogno di provvedimenti in materia di concorrenza. Penso ad altri paesi europei, come la Germania dove provvedimenti legislativi hanno vietato alle case editrici di possedere librerie. Il fatto che le grandi case editrici abbiano una catena libraria crea nel mercato un’asimmetria, perché la loro possibilità di influenzare il mercato è abnorme rispetto a quella dei piccoli editori. Forse molti lettori non ne sono consapevoli, ma una grande parte delle librerie e del circuito della distribuzione libraria, specie nelle grandi città, è monopolizzata da un gruppo molto ristretto di case editrici. Questo fenomeno deforma notevolmente il mercato. Occorrerebbe quindi una misura sulla concorrenza che intervenga sulla parità di opportunità di accesso alle librerie».

Qual è il rapporto che le librerie intrattengono con la piccola editoria?

«Il mercato pian piano si è chiuso per la paura delle librerie di chiudere. I librai, anche chi tendeva a premiare le piccole realtà editoriali, hanno cominciato quasi a mentire e per paura di chiudere è cominciata la corsa al bestseller. Il loro è stato quasi un istinto di sopravvivenza. Tutti i giorni cerco di negoziare con i librai un angolo da avere a disposizione. Tante volte ci riesco, ma si lavora soprattutto sul locale, quindi sulla provincia dell’autore. Vendere in una libreria ha dei rischi, mi è capitato di vedere librerie chiudere senza restituire libri, ma questo rischio lo sto ancora correndo a differenza di tanti colleghi editori che preferiscono portare il libro solo in fiera. Anche le fiere librarie hanno dei costi da sostenere e non sempre questi costi sono sostenibili a fronte di una percezione estremamente negativa dei ritorni economici possibili».

Quanto gli altri canali (quelli offerti ad esempio dalla Rete) consentono di ovviare a questi problemi?

«Sicuramente l’utilizzo della tecnologia e di Internet dà maggiore visibilità a realtà editoriali come la mia, anche se ritengo che, proprio perché il tessuto della Rete è infinito, il rischio è rimanere una goccia nel mare. Effettivamente rappresenta una grande possibilità soprattutto per la raccolta di nuovi manoscritti. Sono nato, editorialmente parlando, quando già l’utilizzo della rete consentiva di raggiungere il pubblico. Il vero problema è stato piuttosto quello di riuscire a essere presente nelle librerie».

Quanto la presenza in libreria è determinante nella percezione dei lettori?

«Il pubblico italiano rispetto a quello europeo ha una diffidenza maggiore verso l’acquisto via internet, specie se l’operatore a cui si affida l’acquisto è piccolo, e questo porta a riconoscere alla presenza in libreria un ruolo importantissimo. All’estero non si bada a queste differenze, l’importante è il giudizio di merito sul libro. Tra gli italiani è invece diffuso il dubbio che dietro possa esserci qualche imbroglio, perciò si tende a rivolgersi o direttamente alla casa editrice o alle librerie, che restano il punto di riferimento dei lettori».

In che modo gli e-book sono intervenuti a invertire questa tendenza?

«Il mercato degli e-book, al di là delle aspettative, è rimasta un segmento elitario. I grossi portali di e-book riescono a raggiungere numeri rilevanti, ma anche lì la concentrazione dei grandi editori è notevolissima. Siamo presenti con alcuni dei nostri titoli in e-book su Amazon e su altri punti vendita online riuscendo a vendere qualcosa, ma non parliamo di numeri rilevanti. Rimane una goccia nel mare. Sembrava che il mondo si evolvesse verso una nuova dimensione del libro, invece il cartaceo resta una tendenza; perfino negli States l’e-book non l’ha spuntata».

Venendo all’attualità, cosa pensa dello scontro titanico tra la storia del Salone di Torino e la potenza economica di Milano?

«Oserei dire quasi che il fatto che i principali operatori del mondo dell’editoria abbiano deciso di influenzare l’AIE fino a portare la fiera a Milano possa dirsi una liberazione. Il Salone di Torino potrebbe ora davvero divenire un posto dove accedere a una visibilità migliore rispetto a quella che c’era prima. Chi visiterà la fiera potrà accorgersi meglio di quanto sia variegato il mondo dell’editoria».

Cosa resta della sua esperienza di autore e come quell’esperienza è diventata un’occasione per tutti gli autori che da allora come editore ha pubblicato?

«Ricomincio a vivere era un prodotto per certi versi acerbo, aveva diversi difetti. Avevo avuto un’esperienza precedente con una casa editrice che non mi aveva soddisfatto, quindi pensai di pubblicarmi. Il libro ha riscosso un discreto successo, ma era il frutto solo della mia lettura. Proprio quell’esperienza mi è servita, perché offrendo la possibilità del confronto ad altri autori esordienti ho curato i miei difetti di autore, fornendo loro supporto per migliorarsi. Pian piano sono diventato un grande esperto di quello che serve. C’è sempre bisogno di un occhio esterno, per quanto l’autore penserà che il suo libro sia il migliore dei libri mai pubblicati. Oltre all’editore faccio anche l’editor e il correttore di bozze, indirizzo l’autore a prendere in considerazione il fattore di mercato. Mi capita spesso di leggere autori che scrivono senza nessun aggancio alla realtà, mentre secondo me è necessario che un autore, specie se agli esordi, pubblichi cose che abbiano una collocazione geografica e temporale precisa. Questo è il fattore che lo avvicina al pubblico reale su scala locale e gli dà un trampolino di lancio. Bisogna mettersi nella realtà e avvicinarsi ai potenziali lettori».