Marco Grasso, giornalista e scrittore

Più forti della crisi. Come trovare lavoro quando tutti lo perdono (Ed. Il Papavero, 2015), frutto della scrittura tersa e intrisa di risolutezza di Donatella de Benedictis e Marco Grasso, dimostra che si possono raccontare «i giorni, i mesi, gli anni della crisi al Sud, e in questo pezzo di Campania in particolare», senza raccontare necessariamente «storie di rabbia e angoscia, di paura e disperazione». Ne parla a Printì Marco Grasso, giornalista professionista, già autore di “Un terremoto lungo un quarto di secolo. Soldi, ricostruzione e sviluppo: storie e sfide dell’Irpinia” (2005) e “Fuori campo. La sfida delle filiere: come cambia l’agricoltura in irpinia” (Ed. il Papavero, 2011). 

Cosa fa di un giornalista un uomo che trasforma la realtà in una narrazione organica e coerente,  capace addirittura di muovere all’azione?

«Quello del giornalista e quello dello scrittore sono lavori diversi: resto scrittore quando scrivo libri e resto giornalista quando scrivo articoli. Indubbiamente è un tipo di scrittura diversa, ma il valore aggiunto del giornalista che scrive libri è la capacità di scrivere in modo diretto e arrivare a tutti. È una prerogativa che anche io mi porto dietro dalla professione che esercito tutti i giorni. Il giornalista scrive per tutti e parte dal presupposto che il messaggio debba essere percepito in modo chiaro. Questo è tanto più vero quando si scrive di economia e si affrontano argomenti non di immediata lettura. Si parte dalla realtà in entrambi i casi e si deve riuscire a trasmettere un messaggio diretto perché arrivi e venga percepito come tale».

Più forti della crisi non è il tuo primo libro. Qual è il filo conduttore della tua evoluzione di scrittore, se ce n’è uno?

«Sono lavori che hanno origini abbastanza diverse, quindi in senso stretto non c’è un filo conduttore, almeno non facilmente individuabile. Un terremoto lungo un quarto di secolo. Soldi, ricostruzione e sviluppo: storie e sfide dell’Irpinia è un lavoro a più mani, nato dalla volontà di un gruppo di colleghi di fare il punto su quanto era accaduto, un’analisi anche finanziariamente fondata, che voleva approfondire il flusso della ricostruzione e gli ‘sprechi’ di cui tanto si parla.  È e rimane un punto di riferimento importante, per quanto datato, perché scatta una fotografia precisa, una fotografia che nessuno si era preoccupato di fare e che noi non abbiamo aggiornato. Fuori campo. La sfida delle filiere: come cambia l’agricoltura in irpinia è invece un focus sull’agricoltura. Intercettai un ritorno al settore primario, che si sta ora consolidando, e volli fare una lettura di questo tipo analizzando lo strumento della filiera e in particolare le ricadute sull’economia irpina». 

Veniamo all’ultimo libro: Più forti della crisi. Come trovare lavoro quando tutti lo perdono. È molto più un manuale operativo di orientamento sul mercato del lavoro che una narrazione teorica.  Come è strutturato?

«Più forti della crisi, scritto a quattro mani con Donatella de Bartolomeis, è diverso dagli altri lavori, perché è un vero e proprio prontuario rivolto a chi cerca lavoro, articolato in due parti, una prima, giocata sulla metafora della caccia al tesoro, di cui si è occupata Donatella, e una seconda, che mi ha visto direttamente coinvolto, che racconta storie, strade possibili, a portata di mano. Ci siamo proposti di non raccontare storie che per quanto vere e belle potessero risultare irraggiungibili, ma volevamo far capire che anche con idee più o meno semplici si può lavorare a qualcosa di successo. Non sempre è necessario, come si crede, partorire un’idea straordinaria; se ci sono passione, competenza e volontà si possono raggiungere risultati risultati importanti».

La carica motivazionale che Più forti della crisi trasuda è dei suoi autori o dei suoi protagonisti?

«Proprio la carica motivazionale del testo è l’aspetto centrale ed è quello che ha curato in particolare colei che ne è stata anche editrice, Donatella de Bartolomeis. Nella prima parte, usando la metafora della caccia al tesoro, per guidare per step i giovani a obiettivi precisi verso il conseguimento del tesoro-lavoro, sono raccolti consigli che sono alla portata di tutti, come la compilazione del curriculum e suggerimenti tecnici, su cosa puntare, quali sono le azioni sottovalutate che invece fanno la differenza. L’elemento decisivo è la motivazione». 

Cosa fallisce nel processo di promozione di sé?

«Ci siamo confrontati con i giovani prima e dopo la pubblicazione e abbiamo notato che si sbaglia  decisamente approccio. C’è chi redige il suo curriculum e poi lo invia in maniera indifferente ovunque e ritiene anche con questo di aver fatto una fatica importante ed effettivamente potrebbe averla fatta. Un’azione del genere cosa comunica? Che si sarebbe disposti ad accettare qualsiasi cosa? Forse dice innanzitutto che chi lo ha scritto non sa cosa vuole. Il curriculum va analizzato. Prima di fare qualsiasi cosa è necessario fermarsi a capire desideri e obiettivi. Crediamo fermamente che se si fissa un obiettivo lavorativo preciso, perfino il lavoro che non ci convince può essere vissuto meglio come un passaggio. Ogni occupazione è formativa e utile se inserita in un percorso che tiene fisso un obiettivo e perciò ti ricorda di guardare più alto e accettare meglio perfino un lavoro meno gratificante, ma passeggero».

Hai raccolto la voce dei protagonisti in giro per l’Irpinia e attraverso quelle voci emerge distintamente un’accezione di crisi lontana dal senso comune. Cosa è la crisi?

«Abbiamo portato avanti il tentativo di dare una lettura diversa della congiuntura economica che stiamo vivendo da anni. Saremmo poco credibili se dicessimo che la crisi è bella: le difficoltà ci sono e a tutti i livelli, perché sono abbastanza radicate e ramificate. Tuttavia la crisi non ha solo un’accezione negativa, ma può, anzi deve, significare anche occasione di riflessione e riposizionamento per poi ripartire di slancio, con una nuova idea vincente in grado di aprire una nuova stagione. Mi sono confrontato con chi ha avuto un trauma e proprio sotto l’effetto di quel trauma ha ritrovato un sogno nel cassetto. Il nostro sforzo va in questa direzione. Si può ripartire e lo si può fare anche dalla provincia di Avellino». 

La guida, rivolta “ai pigri, ma non troppo”, affronta il problema dei neet, “Not in Education, Employment or Training”, di cui sottolinea la natura non generazionale (l’età a cui si riferisce il fenomeno può essere estesa anche fino 65 anni), ma disposizionale. Quanto gli italiani e gli irpini sono, come ebbe infelicemente a dire la Fornero, sono choosy?

«Questo è un nostro nervo scoperto, un punto di sofferenza, perché in un contesto di difficoltà, un problema di approccio può essere decisivo e rendere impotenti. La crisi, a volerla anche semplificare con fenomeni come quello della ‘raccomandazione’, non deve diventare un alibi per rassegnarsi. È giusto dire che la crisi c’è, ma è altrettanto giusto dire che è possibile considerarla un’opportunità. Per questo il fenomeno dei neet, pericolosamente in aumento, è il più drammatico e non aiuta avere intorno le cosiddette Pas (Persone Anti Sociali), tutti coloro che, come scrive Donatella,minano il tuo futuro somministrandoti, anche in modo subliminale, pillole di pessimismo». 

Il tema del lavoro evoca oggi una piaga sociale più che una dimensione nobile e nobilitante del vissuto personale. Qual è il tuo rapporto con il lavoro?

«Nonostante le difficoltà naturali di ogni percorso, mi ritengo fortunato: faccio il lavoro che mi piace e continuo a farlo nonostante siano passati degli anni e il modo di fare informazione sia radicalmente cambiato, non sempre in meglio, anzi. In questa evoluzione un certo modo di fare informazione è andato perso, ma bisogna adattarsi al tempo che cambia. Resta per me un lavoro che ha un suo fascino, un lavoro che continuo ad amare, ma questo non lo rende invasivo, ha la giusta collocazione tra le tante cose importanti della mia vita».

Raccontaci una storia tra quelle della sezione “Io ce l’ho fatta”, una storia di «piccoli-grandi eroi che, senza miracoli e invenzioni straordinarie, ma puntando esclusivamente su competenze, passione e spirito d’iniziativa, oggi possono dire di essere fuori dalle secche e benedire, magari scaramanticamente sottovoce, la crisi». 

«Le storie che ho raccontato sono tutte ‘storie della porta accanto’, se così si può dire per inquadrare una storia vicina e quasi tangibile. Volendone raccontare una mi viene in mente quella di un imprenditore di Montella (Av) che ha lasciato una situazione lavorativa ben definita a Siena, ha fermato la vendita quasi già conclusa di un appezzamento di terreno da parte del padre, e ha avviato una nuova attività di imprenditore agricolo, perdendo in questa scelta anche la compagna. Io l’ho incontrato ora che ha già alle spalle un’attività consolidata, ma questa storia dice come quando si ha qualcosa dentro, perfino nelle situazione più sicure, si può avere uno spunto, qualcosa che suggerisce che quella non è ancora la tua strada. C’è sempre un modo e un tempo per scegliere la propria strada, c’è per chi ne ha già una e la deve lasciare e per chi è ancora fermo. C’è sempre un’opportunità».